Sherry Turkle – “La vita sullo schermo”

Nel suo fortunato libro “La vita sullo schermo” la sociologa Sherry Turkle sostiene che nell’epoca attuale, dove tra il reale e il virtuale il confine sembra assottigliarsi sempre più, forse è possibile vivere in entrambi le dimensioni raggiungendo il difficile ma necessario equilibrio tra queste. Una sfida impossibile oppure un auspicio di unità tra gli esseri umani in nome di una coscienza collettiva? Di sicuro, considerato che questo saggio è stato pubblicato alla fine degli anni novanta, le parole della Turkle segnano non solo la sua stessa lungimiranza, definita giustamente antropologa del cyber -spazio, ma rendono anche evidente che il problema della coesistenza tra la vita materiale e quella sullo schermo sarà materia di dibattito ancora per molto tempo.

Il computer è ormai parte integrante della nostra vita ma ancor più, grazie alla rete e alle piazze virtuali rappresentate dalle decine di social-network esistenti, esso è parte della nostra intimità. Questo ha trasformato il mezzo tecnologico, ovvero la macchina, in una espressione del nostro Sé, del nostro pensare, del nostro comunicare e del nostro essere, sicché quasi quotidianamente mostriamo agli altri ciò che siamo o sentiamo su qualunque argomento, facciamo leggere a semi-sconosciuti le pagine più intime dei nostri diari e dei nostri sentimenti, mettiamo in bella mostra le foto dei momenti che ci hanno regalato emozioni d’ogni sorta, affinché tutti quelli presenti in questa agorà virtuale possano esprimere a propria volta il loro giudizio favorevole o la propria critica.

Bisogna dire che il numero di utenti iscritti ai social-network è cresciuto a dismisura in meno di un decennio, dettando nuove regole alla vita reale, nuove abitudini. Non riusciamo più a vivere una vacanza senza doverne dare una testimonianza condivisa su Facebook, sentiamo il bisogno di far sapere a tutti quelli che ci conoscono, e non solo quelli, dove siamo stati, cosa abbiamo visto e quali emozioni abbiamo provato in diversi momenti della giornata, persino in tempo reale. Con le reti sociali di tipo professionale come Linkedin abbiamo cambiato il modo tradizionale di essere selezionati dai responsabili delle risorse umane di un’azienda. E’ noto infatti che i recruiters compiano una selezione preliminare guardando il profilo Linkedin dei candidati che hanno risposto ad un annuncio. Il voyerismo tipicamente umano ha anche trovato una finestra ideale in Twitter, nel quale possiamo conoscere le opinioni o le novità dei vip dello spettacolo e dell’arte, dei leader politici e persino di quelli religiosi.

Dal canto nostro però, a volte non siamo del tutto sinceri con chi ci osserva, creiamo una sceneggiatura del nostro vivere quotidiano cercando di renderlo più interessante agli occhi degli altri e forse persino di noi stessi. Molto spesso infatti, grazie all’avatar dietro al quale mascheriamo il nostro aspetto, sia dal punto di vista fisico attraverso fotografie “costruite” ad arte, sia dal punto di vista sociale raccontando esperienze ordinarie in modo straordinario, diamo di noi un’immagine abbastanza diversa, creiamo un artefatto, costruiamo un altro Io, migliore di come ci vediamo noi, forse immaginando come avremmo voluto essere.

“La tendenza emergente” – dice a tal proposito la Turkle – “è un nuovo senso di identità, decentrata e multipla”. Viene da chiedersi se questo non possa diventare un rischio evolutivo, poiché un’identità multipla potrebbe indebolire l’identità originale da cui questa deriva, perdendosi ben presto in un labirinto di caratteri non autentici, ma soprattutto non reali, a causa dei quali il soggetto non distingue più tra reale e virtuale, considerando la sua esperienza sullo schermo più “vissuta” del vivere quotidiano nella realtà esistente.

Antonino Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 3 di marzo 2014)

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