Sharing Economy: un futuro condivisibile

Oggi l’economia della condivisione prende forma in decine di espressioni diverse: cohousing, crowdfunding, coworking, car-sharing, bike-sharing, ecc. Ognuna di queste esprime una branca della new economy il cui obiettivo ultimo è sempre quello della collaborazione sociale, tra le aziende, le associazioni, le istituzioni e più semplicemente tra gli individui che stanno alla base della società stessa. Lo scopo insomma è quello di fornire un accesso ai servizi, alle merci e persino ai talenti che vada ben oltre il concetto di possesso e proprietà inteso in senso tradizionale.

La condivisione degli spazi abitativi nel cohousing e degli spazi professionali nel coworking. La partecipazione ai gruppi di acquisto come avviene nelle reti solidali, ma anche la condivisione dei mezzi di trasporto dalle auto fino alle biciclette, rispettivamente nel car sharing e nel bike sharing. I mercatini del baratto e le comunità di raccolta fondi per le piccole iniziative private in un crowdfunding, che risulta essere una fonte di finanziamento meno problematica e più conveniente di quella proposta delle banche. Questi sono solo alcuni esempi di creazioni spontanee di sharing economy presente ormai in gran parte delle grandi città del Nord America e dell’Europa. Bisogna ammettere però che senza il web la diffusione di questo fenomeno sarebbe stata molto più lenta e a tratti poco sviluppata, ed è proprio sulla rete che troviamo la massima espressione dello sharing di beni e servizi. Sul web infatti diventa più facile condividere e scambiare qualsiasi cosa annullando le distanze: parcheggi, cibo, biglietti del treno, passaggi in auto, social commerce, ecc.

La Sharing Economy non è certo figlia della storia contemporanea, testimone quest’ultima di tutte le vicissitudini politiche ed economiche che il mondo ha vissuto nel secolo scorso e nel primo decennio di questo secolo. Essa è il frutto di un’idea ancestrale dell’uomo, parallela alla sua consapevolezza come singolo individuo di poter e dover condividere le risorse di cui dispone. Tuttavia è solo ora che l’economia di condivisione trova il terreno fertile entro il quale esprimere se stessa, il suo significato più autentico. Alcuni economisti parlano addirittura di un balzo evolutivo nei rapporti socio-economici che, pur avendo le sue radici nella comunità umana da sempre, solo oggi riscopre appieno il senso di appartenenza, l’altruismo e la cooperazione.
Non mancano anche quegli esperti che vedono nella sharing economy solo una reazione sociale, una risposta alla crisi economica di questi anni che prende spunto dai parametri di un’equazione: condividere significa sopravvivere alle difficoltà del momento. Davanti a questa affermazione relativista però si potrebbe obiettare che, se l’economia di condivisione è antica quanto l’uomo, allora essa è passeggera quanto l’uomo stesso, perciò continuerà ad esistere anche dopo questo momento di crisi. E’ un passo dal quale non si potrà più tornare indietro.
E’ interessante notare comunque che, per quanto diverse nel loro approccio teorico, entrambe le scuole di pensiero sulla sharing economy sono d’accordo su una cosa, i possibili motivi per i quali essa è rinata e si è sviluppata sono certamente legati allo sviluppo delle nuove tecnologie e all’aumento della popolazione mondiale. Con le nuove tecnologie infatti si è diffusa più in fretta collegando gli uomini e le comunità in un più ampio raggio. Riguardo all’altro fattore invece, l’aumento della popolazione, è facile credere che uno dei possibili risvolti sarà una migliore razionalizzazione delle risorse mondiali, ovvero, dall’altra parte, una diminuzione degli sprechi che fino ad ora hanno caratterizzato il nostro stile di vita, in un cambiamento che sarà lento ma assolutamente necessario.

Antonino Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 11 di novembre 2013)

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