Sette lezioni sul pensiero globale – Edgar Morin – Seconda Parte

Clicca qui per leggere la prima parte di questo articolo >>> 

La quinta lezione è intitolata “L’era planetaria”. Tale era del pianeta è per Morin la mondializzazione, iniziata già in epoca preistorica, proseguita con più veemenza con la scoperta dell’America da parte di Colombo e quindi l’espansione delle potenze europee nel nuovo continente, e infine, culminata nella sua massima espressione con le due guerre mondiali del secolo scorso. Se poi si aggiunge il neoliberismo economico anglo-americano, l’implosione dell’Unione Sovietica e quindi del comunismo, e l’incredibile sviluppo tecnologico che ha portato alla nascita del digitale, della Rete, delle comunicazioni mobili e satellitari, dell’invasione dei Social Media e molto di più, allora il passaggio da mondializzazione a globalizzazione è compiuto. Ciò che accade in una realtà geografica localizzata, viene comunicato globalmente e tutti ne sono partecipi, basti pensare ad esempio all’attacco alle Torri Gemelle di New York. Purtroppo però, questa globalizzazione sostiene il risvolto negativo della mondializzazione. Se da una parte, infatti, la mondializzazione significa anche diffusione di tecnologia, conoscenza e sistemi libertari dove prima non vi era nulla di tutto questo, come nel cosiddetto Terzo Mondo, dall’altra parte vi è una mondializzazione anche dello sfruttamento, ad opera di multinazionali interessate solo al proprio ricavo economico, che determina sì la nascita di una classe media laddove prima non ve ne era alcuna, ma contribuisce non poco ad un povertà di massa proprio in quei Paesi poco sviluppati, portando miseria ai massimi livelli di profondità e diffusione umana. Majid Rahnema, filosofo indiano e funzionario dell’ONU, ha saputo distinguere infatti i termini “povertà” e “miseria”. Dove la prima  è quella dignitosa del contadino che, seppur povero, riesce a sfamare se stesso e la propria famiglia con i prodotti coltivati da lui stesso, e che con una mucca o una capra gode di un minimo di autonomia. Mentre, quando la povertà si proletarizza nelle bidonville, nelle favelas, nelle baraccopoli delle periferie delle metropoli, in Africa, Asia e Sud America, dove riescono a stento a sopravvivere centinaia di milioni di persone, allora essa diventa miseria e svela tutta l’ambiguità della mondializzazione globalizzante.  Asservimento tecnologico, sviluppo urbano selvaggio, economia speculativa, dominio dell’estetica collettiva sulla libertà individuale, iper-consumi alimentari, allevamento industriale, devastazione ecologica, sono solo alcuni degli effetti che la globalizzazione ha creato e sostenuto suo malgrado, ed è questo il lato oscuro che, a volte, riesce ad oscurare tutti gli aspetti positivi che essa ha avuto ed ha sullo sviluppo dell’umanità. Molte le iniziative, individuali e collettive, di chi è cosciente di quanto detto finora, ma ancora troppo poche secondo Morin. Egli suggerisce perciò di trovare l’unità nella diversità, ovvero, dove la globalizzazione tende a cancellare i modelli precedenti per sostituirli con dei modelli standardizzati di cultura, costume e società, si dovrebbe mantenere un po’ del vecchio e unificarlo nelle sue parti più sagge e importanti con il nuovo. Non si può parlare di crescita o decrescita come se si dovesse scegliere una sola delle due. E’ possibile, secondo Morin, riuscire a dosare entrambe le cose, di volta in volta, senza eccedere nell’una o nell’altra. Far crescere una economia ecologica  e della solidarietà per esempio, e far decrescere nel contempo l’economia di guerra e quella della frivolezza. Non si tratta di una Rivoluzione, secondo il filosofo francese, ma piuttosto di una metamorfosi, un doloroso parto dal quale può nascere una umanità più forte e risvegliata.

La sesta lezione parla di un futuro probabile e di un futuro improbabile. La futurologia, la scienza che compie previsioni politiche ed economiche, ma anche culturali e sociali, ha sempre visto il futuro come migliore del passato perché la lente con la quale ha guardato al domani era quella del progresso. Ma anche il progresso può incontrare battute d’arresto o prendere direzioni inaspettate che nessun futurologo potrà mai prevedere. Prima di Chernobyl e Fukushima alcuni eventi erano considerati dagli esperti come “estremamente rari”, ma poi tutto è cambiato. Lo stesso vale per i cataclismi e gli eventi devastanti derivanti dalla furia della Natura e da altri elementi del tutto incontrollabili dall’uomo. Questo, forse , ha contribuito a darci una visione diversa del futuro. Anche su un altro versante, quello del progresso, si è fatta largo la teoria secondo la quale siamo arrivati al massimo sviluppo e non c’è più nulla da inventare, in termini di grandezza e sviluppo di altissimo livello, ma possiamo solo migliorare ciò che già esiste. Anche quest’ultimo pensiero è errato, è una idea sbagliata della moderna futurologia al pari degli eventi che prima erano considerati rari. Poiché preclude un progresso futuro che può ancora cambiare tutto, stravolgere la barbarie sociale nella quale viviamo ancora, disuniti, schiavi, ciechi. Non possiamo chiuderci a riccio verso un successivo sviluppo, dice Morin, ricordiamoci che l’uomo di Cro-Magnon aveva lo stesso cervello di Einstein, Leonardo da Vinci o Mozart, solo che non sapeva di averlo. L’esistenza umana sarà sempre fragile, per quano potrà dominare le macchine, sconfiggere gli attacchi da parte di virus e batteri, prolungare la vita di decenni in più rispetto al passato, tuttavia essa è destinata in maniera naturale ad una continua evoluzione, e dipenderà solo da noi renderla un passo in avanti, dipende da noi scegliere se essere il cavernicolo o il genio della scienza, dell’arte, dello sviluppo transumano.

 

La settima e ultima lezione ci illustra il pensiero complesso e il pensiero globale. Il paradosso dell’evoluzione umana, e non solo dal punto di vista biologico, è che tutti sono in grado di provare le stesse emozioni e sentimenti eppure, al contempo, sono individui diversi tra loro. In altre parole, dall’unità nasce la diversità, e quella diversità rappresenta una unità. Gli altri sono diversi da noi, ma allo stesso tempo sono simili a noi. Non possiamo vederli e percepirli solo come diversi o solo come simili, essi devono essere visti alla stessa maniera contemporaneamente. Per poter vedere la società globale è necessario perciò riuscire a vedere la relazione tra le parti e il tutto, come già accennato prima. Ora, nei capitoli precedenti, Morin ha già spiegato qual è il significato di devianza, come sinonimo di rivoluzione. A seguito di una devianza le cose che possono accadere sono solo due, o si torna al sistema precedente, attraverso la repressione della devianza stessa il che conduce sempre a massacri e guerre. Oppure si ricostruisce un sistema nuovo che accetta la devianza creando una nuova stabilità. Solo in quest’ultimo caso infatti può esservi una trasformazione evolutiva. Purtroppo non sempre si sceglie la seconda via, perché, come diceva Hegel, la civetta della dea Athena, che è simbolo di saggezza, inizia a volare sempre al crepuscolo, cioè arriva sempre troppo tardi. Non può esistere una verità totale e totalizzante che impedisca la devianza della trasformazione, quando si è in presenza di una verità di questo tipo, che vuole cogliere il totale nell’uno, senza permettergli di cambiare, di accettare ogni possibile cambiamento, allora si rischiano regimi totalitari e aberranti. Il filosofo Adorno disse che:”la totalità, è la non Verità”, proprio con questo significato. Perché se nelle lezioni precedenti Morin ci ha ricordato che l’uomo di Cro-Magnon aveva lo stesso cervello di Einstein, Leonardo e Mozart, non dimentichiamoci, dice lo stesso filosofo francese, che aveva anche lo stesso cervello di Stalin e Hitler. Perciò, appare evidente,secondo l’autore, che non siamo ancora abbastanza evoluti per far progredire il nostro pensiero, al pari della velocità con la quale abbiamo realizzato il progresso tecnico-scientifico. Noi, dice Morin infine, dobbiamo ammettere che stiamo vivendo ancora la preistoria della mente umana, siamo solo all’inizio dell’inizio, e dovremo sempre lottare con noi stessi finché non comprenderemo il pensiero globale.

Antonino Polizzi

scroll to top