Sette lezioni sul pensiero globale – Edgar Morin – Prima Parte

 

Filosofo e Sociologo di fama internazionale, il francese Edgar Morin imposta questo saggio breve con sette capitoli che rappresentano la sintesi di altrettante lezioni, ognuna delle quali vuole essere uno spunto di riflessione, più che una guida filosofica, che passo dopo passo ci introduce alla visione di Morin su ciò che dovrebbe e potrebbe essere una grande rivoluzione culturale dell’umanità tutta. Lo scopo di questo libro sembra essere perciò quello di introdurre i lettori verso un pensiero, che proprio per questo può dirsi globale, in grado di abbracciare la complessità dell’uomo nel rapporto con la vita quotidiana, sia quello che egli ha con se stesso, e sia verso la comunità nella quale egli vive, i cui confini ormai sono quelli del mondo intero. Si tratta perciò di un nuovo umanesimo planetario, pur essendo Morin da sempre un grande oppositore della globalizzazione nei tratti che rischiano di annullare le fondamentali differenze che ci contraddistinguono. Per il filosofo francese, noi esseri umani siamo quel che siamo perché siamo parte di una comunità universale: che include tutte le forme di vita sulla Terra, delle quali possediamo gli stessi geni, e tutte le molecole e gli atomi che costituiscono di fatto i pianeti, le stelle e le galassie fin dal primigenio Big Bang, che ha creato la vita nell’universo. Essere coscienti di questo, per Morin, è la condizione necessaria per sviluppare un nuovo umanesimo.

La prima lezione guarda dunque all’uomo nel suo essere trinitario. L’essere umano infatti – Morin trova riduttiva e deprecabile la sola definizione di “uomo” perché non include l’essere sociale e perché espressione troppo maschile che esclude la donna – è per l’autore un essere composto contemporaneamente e indissolubilmente dalla sua parte individuale, da quella biologica e da quella sociale. Esse non sono tre piccole parti che compongono un unicum ognuno con la sua percentuale, ma tre diversità che appartengono tutte ad uno e ognuna al cento per cento, rappresentandolo e creandolo al tempo stesso.

Così come ogni cellula del nostro corpo contiene il nostro intero patrimonio genetico, allo stesso modo ognuno di questi aspetti ha in se stesso l’essere umano. Le tre parti sono indissociabili, ognuna cioè è fondamentale per l’altra. L’individuo è soggetto unito ad altri soggetti, è anche biologico, poiché è prodotto nella vita ma al contempo produce attraverso la sua riproduzione, così come è sociale e fa la stessa cosa nella società, dove è fruitore e al contempo produttore. E’ un errore infatti quello compiuto dalla nostra cultura che, via via che si è specializzata nello studio e nell’analisi, ha finito per tenere separate queste tre parti, considerando il corpo argomento della sola biologia, la mente della psicologia e la società della sociologia. Questo ha portato a degli errori di fondo del nostro pensare e agire: primo fra tutti che l’uomo non è parte di una biosfera che comprende tutto il pianeta ma che invece ne è il proprietario e dominatore. Già qui è mancata una coscienza ecologica. L’altro errore invece è la contrapposizione tra religione e scienza, dove la prima giustifica la centralità dell’uomo come immagine di Dio, mentre la seconda mette l’intelletto umano al centro della natura per il suo predominio e sfruttamento. Comprendere che siamo parte di un tutto, pur essendo trinitari nella nostra manifestazione, significherebbe fare un enorme passo evolutivo, come individui, come specie e come società mondiale.

La seconda lezione riguarda l’individuo. Egli è un soggetto, che esprime se stesso attraverso il suo pronome: io. Tuttavia, nella società diventa un insieme di individui che, solo collaborando, possono realizzare lo sviluppo e il miglioramento di tutti. perciò egli diventa: noi. Passiamo da un io a un noi, e viceversa, in continuazione nel corso della nostra esistenza. Ma sbaglieremmo se considerassimo questi due pronomi come due poli opposti, perché non lo sono affatto. Io e noi corrispondono allo stesso individuo, come già detto nella lezione precedente, ed essi sono una sola espressione dell’Homo. Che sia Homo Sapiens o Demens, secondo la distinzione tra ragione e follia che Morin fa in questo capitolo, o magari che sia Homo Faber, Religiosus, Mytholgicus, Economicus, o eprsino Ludens, secondo tutte le definizioni evoluzionistiche compiute da altrettanti filosofi, egli resta un Homo, che ha in sè sia la ragione che le emozioni, e non può esservi l’una senza l’altra, altrimenti sarebbe delirio e follia sia una mente che prova solo emozioni senza filtri, e sia una mente solo razionale che risulta glaciale e priva di sentimenti.

L’essere umano ha anche bisogno di aspetti poetici, che l’arte in tutte le sue forme celebra con la sublimità della bellezza e l’affabulazione della fantasia che c’è in essa. Essa, la poesia insita in ogni essere umano, ci aiuta empaticamente a provare dei sentimenti per il mondo che ci circonda, e ci ricorda che tutti abbiamo dei difetti, tutti noi, e che sono uguali. Riconoscendoli attuiamo una comprensione più profonda e teniamo conto delle diversità degli altri, alimentando la tolleranza a la solidarietà, dove nessuno più è un barbaro d’oltre confine nessuno è straniero.

 

La terza lezione è dedicata a quella che Morin ha intitolato: “l’Emergenza dell’umano”. Per Edgar Morin non possiamo dire che per l’umanità siano finiti i cosiddetti “grandi racconti”, intesi come ideali che sembravano dover durare per sempre e che, invece, sono spariti perché troppo metafisici per trovare una realizzazione pratica, se pensiamo al Comunismo, al Capitalismo, agli ideali delle grandi rivoluzioni politiche e così via. Al contrario, i grandi racconti continuano, perché fanno parte di un’unica narrativa storica umana che va dal primo ominide della Storia all’uomo contemporaneo. Non vi è una separazione così netta, come dimostrato dalla scienza, tra quegli ominidi di sette milioni di anni fa e noi moderni. Questo è il lungo cammino di cui tenere conto sia biologicamente e sia come individui inseriti nella società odierna.

La quarta lezione analizza l’uomo nel suo rapporto con l’universo. Il nostro universo, nato dal Big Bang, è in continua espansione e non ha un vero e proprio centro, e in mezzo a miliardi di miliardi di Galassie, ce n’è un gruppo che forma uno dei tantissimi Super Cluster, cioè una delle tante intersezioni formate da diverse centinaia di migliaia di galassie più vicine di altre, e tra queste ce n’è una chiamata Via Lattea, dentro la quale vi sono miliardi di stelle. Ora, milioni di queste stelle sono dei soli, tra essi ve n’è uno in periferia che è il nostro, attorno al quale ruotano dei pianeti, uno dei quali è la Terra. Ecco, qual è la posizione dell’uomo all’interno dell’universo. Per di più, la materia presente nel nostro universo è solo il 4%, poiché il resto è solo materia oscura cioè una energia nera sconosciuta. Tutto questo per dire che in questo apparente disordine vi è un ordine dell’evoluzione, ovvero una organizzazione insita nello sviluppo della vita. Qui si inserisce la nascita della vita sulla Terra, fino alla comparsa dell’Uomo che, da quando è diventato Sapiens, ha rallentato moltissimo la sua evoluzione fisica accelerando invece quella sociale e culturale, ed è su quel terreno che si svilupperà un nuovo essere umano. Esiste un Racconto Globale per Morin, che comprende lo sviluppo di tutte le società nella loro storia, e che include anche le devianze, poiché è con esse che avvengono le grandi rivoluzioni umane. Per devianze il filosofo intende quegli uomini che, in campo religioso, economico, scientifico, artistico e così via, hanno contribuito ad un epocale cambiamento per l’intera umanità: Buddha, Gesù, Maometto, Keplero, Marx, Watt, e tutti coloro i quali hanno rappresentato il carattere imprevedibile dell’evoluzione stessa.

Antonino Polizzi

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