Ottimisti di natura

Questa volta è quella giusta, sento che vincerò la lotteria. Ho la netta sensazione di aver trovato il partner della mia vita. Sono sicuro di essere ad una svolta. Quanti hanno sperimentato questo mix di sensazioni e pensieri nel corso della vita conoscono bene i momenti di intenso piacere provati per la sicura imminente realizzazione del desiderio? Eppure le tante situazioni antecedenti, nelle quali ogni aspettativa è andata delusa, avrebbero dovuto indurre perlomeno una maggiore ponderazione. Per quale motivo la maggior parte di noi tende in modo ricorrente al facile entusiasmo e alla sottovalutazione del rischio ? Tali Sharot, professoressa associata di neuroscienze cognitive al London College University e autrice di diverse pubblicazioni e libri di successo, tratta quest’argomento nel libro “Ottimisti di natura”, edito in Italia dalla Urra Edizioni. Nel testo vengono riportate le diverse ipotesi e gli studi dei ricercatori che tentano di ricomporre gradualmente il quadro degli entusiasmi umani e degli errori di valutazione, commessi spesso per eccesso di ottimismo e di autostima.

Il fatto è che di fronte ad una scelta veniamo sottoposti all’azione di numerose interferenze come gli stereotipi e le convinzioni personali maturate nel corso della vita che ci orientano e ci condizionano pesantemente, ma senza esserne consapevoli. Un concetto basilare riportato dalla Sharon è ad esempio quello del “pregiudizio ottimistico” (optimism bias, termine coniato da N. Weinstein) che ci porta a ritenerci immuni o quasi dalle comuni situazioni di sofferenza come la disoccupazione, il divorzio o certe malattie maligne : siamo in maggioranza convinti che gli eventi negativi capitano più spesso agli altri mentre per noi è diverso; noi siamo speciali (anche se in realtà abbiamo la stessa probabilità degli altri). Questa visione rosea della nostra esistenza ci permette di gestire i rischi, spingendoci ad affrontare l’avventura della vita, permettendone così la perpetuazione collettiva. D’altra parte alle persone che tendono costantemente al pessimismo o che convivono con una quotidiana depressione non va meglio. Il pessimista considera gli eventi con maggiore realismo e tende a correre meno rischi, ottenendo però in tal modo meno realizzazioni e gratificazioni. L’autrice spiega e riassume i risultati di vari studi, mettendo in tal modo  in evidenza l’importanza del corredo genetico sommato alle esperienze che si stratificano nel corso della vita e che orientano l’individuo verso l’ottimismo o il pessimismo.

A partire dall’errata valutazione dei volti, che tutti noi sperimentiamo semplicemente capovolgendo il viso di un individuo senza però ruotarne bocca e occhi (la cosiddetta “illusione Thatcher”),

e fino agli studi con risonanza magnetica funzionale, molti dei quali condotti personalmente dall’autrice, viene fornito al lettore un quadro abbastanza dettagliato sull’universale deformazione della interpretazione degli eventi. Il nostro cervello adatta la realtà esterna ai nostri bisogni interni ed è in grado di scorgere aspetti positivi anche nelle situazioni spiacevoli così com’è in grado di abbellire i ricordi traumatici. Tutto questo avviene quotidianamente senza che molti di noi se ne rendano conto, convinti che la nostra percezione del mondo sia assolutamente realistica.

 

Paolo Salvatore Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 6 di giugno 2017)

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