La guerra nel Medioevo: miti e realtà storiche

Nell’immaginario comune la guerra medioevale è, nella maggior parte dei casi, associata a grandi e brutali scontri campali tra cavalieri in lucenti armature e destrieri bardati in corazze e variopinte stoffe. Questo non è però che una piccola parte dei fenomeni connessi all’arte militare del millennio intercorso tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’avvio dell’era moderna.

Come evidenziato dal professor Aldo Settia – uno dei più importanti studiosi di storia militare del medioevo e autore di numerose pubblicazioni sul tema, tra le quali figura anche “Rapine, assedi, battaglie: la guerra nel medioevo” – la maggior parte degli episodi bellici attestati dalle fonti medievali sono delle scorrerie a corto raggio e durata limitata atte a devastare il territorio nemico. Si trattava comunque di prove di forza di grande efficacia, giacché sebbene non risolutive permettevano di acquisire risorse ai danni del nemico.
In effetti proprio la prospettiva di guadagno fu il motore della maggior parte delle azioni militari intraprese nell’arco di quei secoli: la prospettiva di guadagno d’altronde allettava non solo i signori che bandivano le spedizioni, ma in generale tutti i soldati, che partecipando alle azioni avevano diritto ad una quota di quanto preso. L’inclinazione dei militi alla rapina è d’altronde segnalata anche dal lessico che li indica, con termini che, da principio adoperati per indicare soldati, finirono per acquisire delle accezioni negative: “masnadiero” passò così da uomo parte di una masnada, cioè una schiera di uomini armati, ad indicare un ladrone e assassino; similmente “brigante”, colui che è parte di una brigata, divenne spregiativo per indicare un bandito.

Questa vera e propria economia di rapina si riscontra in lungo e in largo nell’Europa del Medioevo: in Oriente le incursioni Arabe ai danni dei territori bizantini, di tipologia anche molto differente (solo cavalieri oppure sia cavalieri che fanti in supporto a difesa del bottino conquistato), erano volte alla conquista di bottino e di prigionieri, che in genere venivano adoperati per chiedere riscatti.
L’Occidente pure era coinvolto, se possibile maggiormente, in questo genere di attività belliche: la frontiera iberica tra Spagnoli e Musulmani era, tra XI e XV secolo, oggetto di continue schermaglie miranti al saccheggio (soprattutto in questo caso da parte dei Cristiani spagnoli). L’Europa centro-occidentale aveva però già da lungo tempo conosciuto atti predatori: prima gli scontri tra Franchi e popolazioni quali Sassoni, Baschi, Bretoni – durante i quali si verificavano razzie e contrattacchi per recuperare il bottino – poi lo scontro tra Cristiani e Musulmani nella penisola Iberica invasa, durante il quale la guerra divenne una vera e propria industria per gli Spagnoli, che razziarono sistematicamente le ricchezze dei territori nemici.
Azioni militari a scopo predatorio furono poi all’ordine del giorno per quei popoli che diedero origine, attorno al X secolo, alle “seconde invasioni”: non solo i Vichinghi – il cui primo attacco, al monastero sull’isola di Lindisfarne (793) ben esemplifica il loro modus operandi – ma anche i Saraceni, che da principio operarono nel Mediterraneo con tecniche molto simili a quelle vichinghe, e i Magiari, che invece compivano devastanti quanto rapidi e ficcanti assalti in Europa con agili orde di cavalieri.

Anche l’Italia non si sottraeva a questa logica del saccheggio, con operazioni sia al Sud, dove mercenari normanni giunsero dall’XI secolo iniziando a depredare i territori bizantini e arabi per poi espellerli e insediarsi al posto loro, sia al Centro-Nord, dove i comuni non si sottraevano alla logica della guerra per lucro. Qui le razzie si verificano non solo in guerra, ma anche in tempo di pace, ad opera di forze locali che facevano della rapina il proprio mestiere: gli “scarani” in Lombardia e Toscana e gli “zaffones” in Veneto combattevano da ambo le parti in lotta operando ora saccheggi ora impedendoli agli avversari. Non meraviglia che le cronache locali riportino molteplici episodi di saccheggi e conseguenze lagnanze dei locali e dei comuni, che in diversi casi chiesero la restituzione del maltolto e la cessazione degli atti ostili.

Le popolazioni si dovevano guardare dalle depredazioni non solo del nemico, ma anche degli eserciti amici: il semplice passaggio di un esercito su un territorio poteva causare anche delle carestie artificiali dovute alla requisizione arbitraria di viveri. L’istituzione del sistema feudale non sarà comunque, in molti casi in grado di arginare il fenomeno, mancando un vero e proprio sistema logistico per il rifornimento delle armate – non bisogna però dimenticare che non sempre era così e che ad esempio alcune città comunali provvedevano al rifornimento di grano e altri viveri per la spedizione tramite apposite commissioni oppure stringendo accordi preventivi con i mercati locali per ottenere rifornimenti in loco a buon prezzo senza al contempo depredare i civili.

Settia evidenzia anche una necessaria distinzione tra le azioni contro i beni del nemico: da un lato il saccheggio per fare bottino, cioè la razzia, dall’altro la devastazione sistematica del territorio avversario, cioè il raid. Si tratta di incursioni di durata variabile durante le quali il territorio del nemico viene sistematicamente devastato, distruggendo raccolti, sradicando vigne e alberi, incendiando villaggi, con lo scopo di indebolire l’economia  nemica, ma soprattutto di provare psicologicamente il nemico: poteva trattarsi di una strategia a lungo termine, con lo scopo di instillare il mal contento nella popolazione nemica e spingerla alla rivolta contro i signori che non erano in grado di proteggerla; poteva essere una scorreria tattica, per far cadere il nemico in trappola nel tentativo di colpire gli aggressori, magari durante la ritirata. Nel contesto dell’Italia comunale, infatti, i raid avevano anche uno scopo di sfida: devastare il contado antistante le mura urbane – magari colpendone un simbolo quale un albero secolare, particolarmente grande e perciò riconoscibile a tutti gli abitanti – era un modo per dileggiare il nemico, che poteva allora fare solo due cose, cioè rispondere alla provocazione oppure non farlo, riconoscendo però in questo modo, di fatto, la superiorità del nemico che rifiutava di fronteggiare.

Abbastanza diffusa come tipologia di scontro era poi l’assedio: con lo sfaldamento delle istituzioni centrali nel tardo impero romano ebbe inizio la creazione di piccoli fortilizi privati e centri minori la cui realizzazione venne implementata nei primi secoli dell’epoca medievale allo scopo di garantire protezione agli abitanti locali. Questa anticipazione del fenomeno di incastellamento che avverrà nel X-XI secolo durante le seconde invasioni produsse già una modifica nella conduzione delle guerre: durante la guerra gotica (535-553) sia i Bizantini sia i Goti combatterono usando molto le fortificazioni, trincerandovisi dentro e usandole per controllare porzioni strategicamente rilevanti del territorio oppure assediandole (Roma subì due assedi da parte dei Goti). La caduta dell’Occidente romano aveva nel frattempo però causato la perdita di molti saperi, tra cui quelli della poliorcetica, che avevano toccato l’apice nell’età ellenistica: le popolazioni barbariche non erano in grado di condurre con efficacia assedi poiché ignari delle nozioni di ingegneria che avevano permesso ai Romani di realizzare macchine, anche movibili, di grande efficacia e impatto.
Esempio chiarificatore può essere proprio l’assedio di Roma dei Goti di Vitige (536): i Goti disposero macchine d’assedio per cercare di prendere la città, tra queste delle torri mobili. Belisario riuscì comunque ad averne rapidamente la meglio poiché, mal congeniate, quando furono a portata di tiro vennero abbattuti i buoi che le trainavano, lasciandole immobili e completamente inutilizzabili.
Non è del tutto chiaro che competenze poliorcetiche ci fossero nei primi secoli del Medioevo, ma le macchine più importanti comparvero al momento della crisi dell’impero carolingio. È probabile che i progressi che si registrarono dall’XI secolo nella creazione di macchine da lancio sempre più complesse – culminate nella realizzazione del trabucco, una delle più potenti – fossero dovuti all’incontro tra culture nel Sud Italia: i Normanni si ritrovarono a combattere nei territori contesi tra Musulmani e Bizantini, apprendendo e sviluppando tecniche che portarono ad un recupero quantomeno parziale delle conoscenze del mondo greco-romano. Ad ogni modo i progressi nell’arte ossidionale furono controbilanciati dai progressi nelle capacità difensive, con miglioramenti nella costruzione delle fortificazioni e con l’uso di armi, in certi teatri come quello bizantino, in grado di annichilire flotte e armi d’assedio (quale l’uso del fuoco greco, miscela oggi non del tutto nota nelle sue componenti, in grado di bruciare rapidamente il legno e con il pregio di poter essere spento solo con l’aceto, non con l’acqua).

In effetti le fortezze avversarie potevano essere prese, come avvenne in diversi casi, non solo con la forza degli assalti frontali, ma anche privando i difensori del cibo o dell’acqua: le forze assedianti, non potendo prendere la fortezza direttamente, cingevano la città impedendo i rifornimenti. L’assedio diventava così lungo e duro non solo per gli assediati ma anche per gli aggressori, che alle volte si trovavano ad avere il problema di rifornire il campo per mesi e di essere sottoposti alle intemperie, con il rischio di avere ricadute sul morale qualora non vi fossero prospettive di bucare le difese in tempi brevi. D’altronde i difensori potevano prendere degli accorgimenti per resistere a lungo: per prima cosa potevano liberarsi delle “bocche inutili” sfamare, donne, bambini e malati, cioè quanti erano inabili alla difesa. Potevano poi fingere di avere grande abbondanza di scorte, magari mostrando di avere tanto cibo da poterne dare anche agli animali, in modo da convincere gli assedianti che i tempi per prendere l’insediamento sarebbero stati irragionevolmente lunghi. In genere, comunque, la migliore difesa per i difensori era l’arrivo di rinforzi esterni: manipoli di uomini, generalmente durante la notte, forzavano il blocco entrando in città con rifornimenti e alcune forze fresche. Quando ciò accadeva, spesso gli attaccanti levavano le tende consapevoli che l’assedio a quel punto si sarebbe dovuto protrarre per altri mesi.
Più rapida era la vittoria per sete: se la fame si poteva arginare con gli accorgimenti appena descritti, ma anche con episodi più estremi come mangiare il cuoio e, in alcuni rari casi, anche con l’antropofagia, la sete portava ad una rapida resa. L’assedio goto di Roma del 537 vide, tra le altre, l’uso di questa tecnica: vennero interrotti i 14 acquedotti che portavano l’acqua in città, ma in questo caso fu particolarmente bravo il generale bizantino Belisario, che sfruttando il Tevere fu in grado di aggirare il problema.


Avvelenare le fonti idriche della città, servendosi di cadaveri e putridume, era un’altra delle risorse degli assedianti, che in alcuni casi poterono anche fare uso di rudimentali armi batteriologiche lanciando tra le mura cittadine cadaveri e acqua imputridita con misture.

Da ultimo bisogna ricordare che i grandi scontri campali erano in genere evitati da ambo le parti: i manuali militari dell’epoca predicavano infatti prudenza con la consapevolezza che durante le grandi battaglie si correva il rischio di subire in poche ore una disfatta di proporzioni tali da compromettere la guerra stessa. Si cercava perciò di temporeggiare ed evitare scontri se non si era in condizioni di assoluta superiorità e ad ogni modo si cercava di attaccare battaglia a pomeriggio inoltrato, di modo che il sopraggiungere della sera ponesse fine alle ostilità e limitasse le perdite umane in caso di sconfitta. Si arrivò allora ad un surrogato di battaglia, la “parata”, che come visto in precedenza consisteva nel dileggio dell’avversario e nel guasto e saccheggio dei suoi beni mentre il nemico era chiuso in città: operare di fronte al nemico senza riceverne risposta, metterlo in fuga con dimostrazioni di disciplina e forza, erano di per sé successi degni di nota, equiparabili a vittorie campali e per questo celebrabili. “Il sangue finiva per scorrere in vere guerre, anche se non sempre in vere battaglie”.

Alessandro Polizzi

 

 

 

Per ulteriori approfondimenti vi suggeriamo la seguente bibliografia:
Grillo, Cavalieri e popoli in armi. Le istituzioni militari nell’Italia medievale, Laterza, Roma-Bari, 2008
Bordone, G. Sergi, Dieci secoli di Medioevo, Einaudi, Torino, 2009
Ravegnani, I Bizantini in Italia, il Mulino, Bologna, 2004
Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari, 2002

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