Il testamento di Maria

Maria è una donna anziana e sola, costretta a nascondersi nell’oscurità di una casa dove nessuno deve sapere che vi abita. Diffida di tutti, è costantemente in pericolo, come lo era suo figlio, come una pedina nelle mani di un destino, o di un potere, più grande. I suoi “guardiani” la proteggono dal mondo ma non dai suoi ricordi e dalla sua amarezza. Perché proprio loro la costringono a ricordare e a raccontare.  “E ogni volta ricominciamo dal principio, e ogni volta capita che siano entusiasti di qualche particolare e subito dopo furiosi per qualcos’altro, … lo vogliono rendere immortale, mi hanno detto. Quello che è scritto, dicono, cambierà il mondo.” “Il mondo? Chiesi. “Tutto intero?” “Si,” rispose colui che mi aveva fatto da guida, “tutto intero.” Devo aver avuto un’espressione perplessa. “Non capisce,” disse al suo compagno, ed era vero: non capivo. “In verità egli era il figlio di Dio,” disse. Dopodiché cominciò a spiegarmi pazientemente ciò che mi era successo quando avevo concepito mio figlio, …”.
Con “Il testamento di Maria”, Colm Tóibín, fornisce una chiave di lettura aconfessionale, capace di distinguere la morte di Gesù dalla narrazione che ne faranno “quelli che lo seguivano”. L’autore affida alle parole di Maria la sua “distanza” da quelli che “Quando morì si nascosero” ma che “Erano presenti quando è risorto”. “Non sono degli idioti. Ammiro la loro determinazione. L’esattezza dei loro piani, la loro dedizione […] Sono coloro che avranno successo e avranno la meglio, mentre io morirò.” Tóibín prende le distanze anche dalla sua confessione religiosa con l’affermazione di Maria: “Ora non vado più in sinagoga” e rivendica il naturale bisogno di ogni essere umano di confidare in una divinità “generosa con le braccia protese…”.
Quello che sarà scritto lo scriveranno i suoi “guardiani”, che sembrano conoscere più di Maria gli eventi della sua stessa vita. Quello che può e vuole testimoniare Maria è la crocifissione di Gesù, e lo fa con tutto il dolore di una madre impotente di fronte alla sofferenza del figlio.  Un racconto che commuove e coinvolge.

 

Maria Luisa Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 11 di novembre 2016)

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