Coworking: la rivoluzione del “terzo spazio”

 

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Nel mondo anglosassone è già una realtà da anni, in Italia invece ha cominciato a diffondersi solo negli ultimi tempi dando vita a un autentico fenomeno. L’idea del coworking nasce dall’esigenza di trovare spazi di lavoro alternativi al tradizionale ufficio, ma non solo: dietro l’evidente convenienza economica di un ufficio condiviso con altre persone infatti, vi è una filosofia lavorativa che si rivolge in particolare ai giovani imprenditori, alle start up, alle imprese del web e a tutti coloro i quali sono pronti a con-vivere prima che condividere.

Si tratta di valori come la sinergia delle idee, la condivisione della conoscenza, la relazione tra gli individui. Pur restando indipendenti nello spazio che ci si è scelti infatti, tra le scrivanie sulle quali si sviluppa il proprio lavoro, ognuno dei coworker sa di poter interagire con i vicini in qualsiasi angolo dell’ambiente condiviso, sia nei momenti di pausa che in qualunque altro momento. Ad esempio nelle salette adibite a zone confort oppure in vere e proprie cucine attrezzate, o persino in angoli ludici provvisti di biliardo, ispirandosi agli ormai famosissimi uffici di Google.

La rete del coworking a cui ci si affilia fornisce spesso dei servizi di consulenza fiscale e legale che aiutano le imprese giovani, soprattutto davanti gli inevitabili ostacoli lungo il cammino professionale appena iniziato, e questo contribuisce anche all’abbattimento dei costi di gestione. Certo, non è da sottovalutare il risparmio economico, e dunque il successo del coworking potrebbe essere determinato dalla situazione di crisi che coinvolge il nostro paese come molti altri paesi in Europa. Tuttavia non è un caso che in questo fenomeno sociale ci sia una prevalenza di start up del settore informatico, insomma di chi lavora nel web 2.0, dove l’attenzione ad una intelligenza collettiva condivisa, che poi è l’essenza di internet stesso, sembra essere più naturale che in altri settori.

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In Italia sono fiorite centinaia di realtà simili a quanto descritto fino ad ora, alcune tra queste rispondono ai requisiti essenziali di divisione dello spazio professionale in maniera generica: grandi immobili, strutturati alla maniera come ampi loft nei quali si ritagliano un certo numero di spazi più piccoli, all’interno dei quali ogni inquilino ha la sua indipendenza e le sue responsabilità. Uno dei più diffusi nel nostro paese è quello caratterizzato dal marchio “Cowo” che conta quasi sessanta sedi in tutta Italia. Ma ci sono anche dei coworking che hanno deciso di porre dei vincoli di settore, aprendosi solo a determinate categorie professionali. E’ il caso di “TAG – Talent Garden” che riunisce freelance e professionisti che si occupano di lavoro Digitale e di Comunicazione, oppure di “The Hub” che si rivolge a chi fa innovazione e imprenditoria sociale. Un altro degno di nota ci sembra anche “Piano C” che, ponendo l’accento su quanto sia difficile per una donna essere contemporaneamente lavoratrice e mamma, ha deciso di rivolgersi a coworker prevalentemente di sesso femminile, ancora meglio se mamme, adibendo loro non solo lo spazio lavorativo tipico di qualsiasi coworking, ma anche uno spazio di co-babysitting in cui tenere i propri figli durante l’orario lavorativo.

Su questa linea il coworking diventa allora un’occasione di rinascita culturale e di un nuovo sviluppo per una economia del tutto innovativa, sia dal punto di vista produttivo che umano, espressione cioè di talenti che viaggiano insieme sorreggendosi l’un l’altro, dove il capitale maggiore è dato dall’esperienza e dalle relazioni. Nella definizione più classica dunque, che vedeva il primo spazio della vita come quello della casa in cui vivere e il secondo spazio come l’ufficio in cui lavorare, allora possiamo ascrivere il coworking in quello che è il terzo spazio, come lo ha definito l’ultima Coworking Conference, ovvero quello nel quale confluiscono l’accettazione, la partecipazione e il confronto, elementi che conducono alla crescita personale e in questo caso anche professionale.

Antonino Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 4 di aprile 2013)

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