Combattere lo spreco alimentare si può con il Food Sharing

Il tema dello spreco alimentare è uno dei più importanti nell’ambito della crescita di una Società moderna, che perlomeno voglia dirsi ancora Civile, soprattutto in un momento nel quale con l’economia tradizionale in crisi anche nei paesi più sviluppati, sono stati raggiunti numeri a dir poco preoccupanti di persone a ridosso e al di sotto della soglia di povertà. Un recente rapporto della FAO ha addirittura quantificato tale spreco su base mondiale, segnalando l’impressionante cifra di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo che ogni anno viene buttato via.

In termini di costi, va detto che lo spreco alimentare supererebbe persino l’equivalente del prodotto interno lordo di molti dei grandi Stati Europei: in Italia per esempio è stata stimata una perdita annua di più di 12 miliardi di euro, che finiscono semplicemente gettati nella spazzatura sotto forma di cibo sprecato. A questi dati bisogna aggiungere anche il Rapporto 2014 Waste Watcher, frutto della collaborazione tra Last Minute Market, dell’Università di Bologna, e la società di ricerche di mercato SWG, uno studio che ha concentrato la propria attenzione sullo spreco domestico prima ancora di quello effettuato dalle strutture commerciali, e che rivela come tra le mura di casa il cibo sprecato, buttato via insomma, sia persino pari alla quantità gettata dalla grande distribuzione industriale, finendo col raddoppiare le già impressionanti cifre.

Quando ci si chiede come si possa fermare tutto questo, come si possa cioè ottenere una economia alimentare più equa, sembrerebbe naturale lasciarsi assalire da un certo senso di impotenza di fronte a cifre così enormi, insieme ad un sentimento di rabbia nei confronti delle organizzazioni internazionali che, a detta dei più, sono accusate di fare ancora troppo poco. In realtà l’impegno c’è ed è anche visibile, ma il fenomeno è talmente grande da rendere sfocate le tante battaglie quotidiane combattute sul campo. Ci sono moltissimi progetti realizzati negli ultimi anni dai dipartimenti delle Nazioni Unite, dalle Organizzazioni Non Governative e da quelle Nazionali, eppure non bastano. Gli unici in grado di contrastare questo spreco allora sembrerebbero proprio i consumatori, la gente comune insomma, che ogni giorno è complice consapevole o meno di questo immane spreco, ostaggio delle leggi del mercato industriale, e che ad un certo punto può e deve diventare consapevole delle proprie responsabilità e del proprio potere.

C’è chi lo ha fatto. E’ il caso di Valentin Thum e Stefan Kreutzberg, due pionieri che a Colonia nel 2012 hanno creato il portale foodsharing.de, ribellandosi allo spreco alimentare che nel loro Paese ha raggiunto ben cinquecentomila tonnellate all’anno. L’iniziativa non poteva che prendere il nome di Food Sharing, come altre iniziative simili che hanno visto in questi anni il denominatore comune nella Sharing Economy.

Il funzionamento è semplice: basta registrarsi e pubblicare il proprio annuncio indicando la tipologia, la quantità e il tempo di ritiro massimo dei prodotti, garantendone ovviamente la commestibilità e il fatto che essi non siano già scaduti. Un servizio che parte dal basso, che si rivolge non solo ai comuni cittadini ma anche alle aziende, alle parrocchie, alle associazioni, agli enti di assistenza sociale e alle mense che hanno eccedenze di cibo da poter donare, o per meglio dire da condividere.

E’ facile notare come sia la Rete a supportare questo servizio, e non potrebbe essere altrimenti se pensiamo alla vastità del territorio, dove sarebbe già difficile riuscire a mettere in collegamento così tante persone in tempo reale. Insomma, ancora una volta un uso intelligente del web che dalla moderna tecnologia dona vita ad uno degli strumenti più antichi, la catena della solidarietà. Ben presto, da Colonia la rete si è diffusa anche in altre città come Berlino, Monaco, Ludwigsburg, Chemnitz, estendendosi a macchia d’olio.

All’esperienza tedesca poi hanno fatto seguito, già l’anno scorso, altre iniziative parallele di food sharing anche in Svizzera e Austria.  Altre sembrano prendere piede timidamente in Spagna, Finlandia e Gran Bretagna, come nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti invece, dove quasi il 40% del cibo prodotto ogni giorno finisce in discarica, ci ha pensato l’imprenditore ecologista Gary Oppenheimer, fondatore del sito web ampleharvest.org, un portale che mette in rete tutti coloro che hanno un orto urbano (circa 40 milioni di persone) con la miriade di banchi alimentari sparsi nel Paese, dove milioni di persone ogni giorno vanno a mettersi in fila per un pasto caldo.

In Italia il Food Sharing ha visto la nascita di iFoodshare.org, iniziativa nata da quattro ragazzi di Catania: Daniele Scivoli, Francesco Perticone, Elisabetta Di Benedetto e Daniele Lirosi. In un Paese come il nostro, nel quale finiscono nei rifiuti tonnellate di cibo, soprattutto carne, pane e latticini, a cui bisogna aggiungere anche altrettante tonnellate di frutta e verdura destinata al macero già alla fonte, poiché eccedenza dei parametri di produzione agricola imposti dalle leggi comunitarie, un impegno di grande portata come quello del portale iFoodsharing.org è a dir poco encomiabile.

Persino lo slogan scelto per questa iniziativa permanente parla chiaro: “Condividere il cibo è un atto d’amore”. Poiché al di là del web e delle sue applicazioni, l’unico vero strumento più potente di cui gli esseri umani dispongono è la condivisione.

Antonino Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 3 di marzo 2014)

2 Replies to “Combattere lo spreco alimentare si può con il Food Sharing”

  1. Sabrina ha detto:

    Sì però ci sono anche catene di supermercati che si rifiutano di donare i prodotti scaduti perché, dicono non rientri nella politica aziendale. L’Esselunga per esempio in più sedi si è rifiutata di regalare ai poveri il cibo scaduto e ha preferito buttarlo.

    1. Redazione ha detto:

      Sicuramente è vero che alcune aziende, che operano nella distribuzione alimentare sia in Italia che all’estero, hanno adottato negli anni delle politiche tese più alla eliminazione del cibo prossimo alla scadenza, piuttosto che donarlo ad enti che gestiscono mense per i poveri ad esempio. Tuttavia, nel caso specifico citato da lei, relativo alla grande catena di supermercati “Esselunga” non siamo a conoscenza di una tale politica, un’azienda che, al contrario, si è spesa molto nella promozione della beneficenza e del sostegno ad iniziative di recupero. Sarebbe interessante se lei potesse segnalarci delle
      dichiarazioni ufficiali, delle testimonianze, delle fonti o quant’altro possa definirsi prova concreta riguardo a quanto ha affermato.
      La Redazione

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