Cibo contro natura

Quale alimento oggi può essere definito “naturale” e quale “contro natura”? La risposta è resa complicata dal progresso scientifico verificatosi negli ultimi decenni in campo agroalimentare dove gli interventi genetici proattivi sostituiscono sempre più le semplici antiquate selezioni. Prodotti vegetali colorati e stuzzicanti dal punto di vista estetico ma poco familiari debuttano tra gli scaffali del mercato sotto casa con una frequenza in grado di sorprendere anche il consumatore più informato ed aggiornato. In questo contesto il libro “Contro natura” scritto da Bressanini e Mautino e pubblicato da Rizzoli nel 2015 rappresenta un notevole esempio di manuale chiaro e istruttivo sull’argomento. Dario Bressanini è professore di chimica e noto divulgatore scientifico che collabora con riviste come “le Scienze”; la coautrice Mautino è biotecnologa, giornalista e comunicatrice scientifica. L’obiettivo del volume, dichiarato nell’introduzione, è quello di “aumentare la nostra consapevolezza di consumatori”. La storia di queste tecnologie si alterna agli esempi concreti delle modifiche genetiche realizzate su prodotti come grano, riso, carote, girasoli, colza e mele. Il tema degli organismi geneticamente modificati viene usato come paradigma della labilità del confine che separa i prodotti naturali dagli artifici prodotti in laboratorio dall’ingegno umano. Si scopre così che in realtà dal secondo dopoguerra in poi anche in Italia sono stati creati innumerevoli organismi di fatto “geneticamente modificati” ma sempre nel rispetto della legge vigente. Gli autori dichiarano di essere favorevoli in linea di massima all’introduzione degli OGM in agricoltura e nell’allevamento, argomentando le loro tesi in modo equilibrato e con ricchezza di elementi sulla efficacia e sulla nocività legata alle varie tecniche usate per modificare il DNA. In effetti dal punto di vista del miglioramento del DNA della pianta, della sua resa e della resistenza alle malattie i procedimenti sembrano tutti egualmente accettabili. Bressanini e Mautino ricordano come i successi della ricerca italiana e straniera avvenuti nella seconda metà del ‘900 hanno permesso di superare il secolare metodo della semplice selezione e incrocio dei semi migliori da usare nella semina successiva, inducendo per la prima volta delle modifiche nel DNA delle piante attraverso le radiazioni provenienti da sostanze come il cobalto. L’idea di base è semplice e consiste nel porre una fonte di radiazioni al centro di un campo riservato alle coltivazioni sperimentali (denominato campo gamma) collocando attorno ad essa a precise distanze ed a cerchi concentrici le diverse piante al fine di indurre delle modifiche casuali nel loro DNA. Il risultato di questa esposizione alle radiazioni spesso è letale o dannoso per i vegetali e gli animali coinvolti ma a volte casualmente si manifestano modifiche genetiche interessanti e utili che vengono poi selezionate per essere usate in agricoltura. Questa metodica ha permesso di ottenere negli anni migliaia di prodotti agricoli “mutati”, tra cui l’apprezzata varietà di grano denominata Creso, presente da decenni sulle tavole dei consumatori, che ha registrato un picco di consumo tra gli anni settanta e gli anni novanta, all’insaputa della maggior parte degli italiani che rimangono ancora oggi i primi consumatori di pasta nel mondo. La mutazione del materiale genetico può essere realizzata anche con altri metodi, ad esempio con l’utilizzo di sostanze chimiche come le mostarde azotate e solforate (analoghi ai composti usati nella guerra chimica e nella chemioterapia antitumorale). Le tecnologie più recenti e raffinate sono diventate molto più precise e si affidano sempre meno al caso permettendo un prelievo di geni specifici appartenenti ad una specie vegetale per essere inserite all’interno del patrimonio genetico di un altro organismo vegetale, realizzando in tal modo un OGM, ovvero l’organismo ritenuto “innaturale” per eccellenza. Gli autori rimarcano quanto sia importante la chiarezza dei termini in quest’argomento e ritengono significativa la distinzione degli OGM in trans-genici (ottenuti cioè con geni provenienti da specie diverse) e cis-genici (ottenuti tramite geni della stessa specie) riponendo fiducia solo verso questi ultimi. La normativa attuale non fornisce criteri sufficientemente chiari su questo argomento. La direttiva europea, ad esempio, a proposito dell’OGM fa riferimento alla modifica del materiale genetico ottenuta “in modo diverso da quanto avviene in natura”, (Direttiva 2001/18/CE; art. 2). Con questa definizione sembrerebbe logico includere ogni prodotto ottenuto per mutagenesi a prescindere dalla tecnica usata ma nella realtà la norma opera una distinzione ed accetta solo il prodotto mutato attraverso radiazioni e sostanze chimiche già in commercio da decenni mentre oppone un divieto alla tecnologia più recente e selettiva. Questo “confine” continua a rimanere indefinito ed intrecciato all’agire umano: così se la natura porta a volte a delle mutazioni casuali e spontanee nel colore, nella forma o nella resistenza ai pesticidi di alcune piante, l’intervento umano pur limitandosi al solo uso di pesticidi favorirà inconsapevolmente queste nuove caratteristiche, integrando l’azione della natura. Pochi consumatori forse sono a conoscenza del fatto che gli OGM sono presenti nel ciclo dell’alimentazione anche in Italia. La legge infatti ne vieta la produzione ma non la loro importazione ed uso nell’allevamento delle specie animali. L’Italia e gli altri paesi europei usano mangimi OGM. L’agenzia di informazioni di mercato www.pellatiinforma.it  stima che l’80% della soia mondiale sia OGM e l’industria italiana ad esempio importa soia OGM (l’84% di 4 milioni di tonnellate importate) perché conveniente dal punto di vista economico – in media costa l’8% in meno rispetto alle farine OGM FREE – ma anche perché la produzione nazionale risulta insufficiente rispetto al fabbisogno. Questo significa che il consumatore italiano ingerisce quasi certamente carne proveniente da allevamenti che usano mangime OGM. Nonostante la resistenza e la convenienza di questi prodotti comunque la maggior parte della popolazione italiana ed europea manifesta opposizione, permanendo il timore per le possibili ricadute sulla salute e decretando, contemporaneamente, il successo di prodotti dai nomi e prefissi rassicuranti (come “Bio -”,” Eco-”,” Natura”, “Tradizionale”). Il consumo di alimenti biologici negli ultimi anni è aumentato a tassi “molto sostenuti” come precisa il rapporto BIO-RETAIL dell’ente pubblico ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare). L’agricoltura biologica è in espansione a livello internazionale. I prodotti più richiesti al momento sono i derivati dai cereali (pasta, riso, sostituti del pane) seguiti da ortofrutticoli, zucchero, biscotti, eccetera. Tuttavia anche questo settore produttivo non è esente da frodi ed inganni e gli autori del libro a questo proposito fanno riferimento all’indagine della trasmissione televisiva Report andata in onda il 14 dicembre 2014 (un riassunto è reperibile in internet ricercando “I biofurbi : riso-Report-Rai.it ”     http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-b21cdcdd-d1aa-4de2-a45c-557731772cf1.html  ),  in cui vengono evidenziate le incongruenze e le difficoltà dei controlli da parte degli enti preposti, nel caso specifico riguardanti la risicoltura certificata come “biologica”. Nel corso delle interviste trasmesse nella puntata viene descritto l’aspetto tipico che dovrebbe avere il campo coltivato in modo biologico: simile ad una giungla, disordinato e con piante di specie diverse.
Questi ed altri sono gli argomenti riportati magistralmente dagli autori, un contributo sufficiente a suscitare ulteriori riflessioni nel lettore che desideri chiarire individualmente il limite posto dalla domanda: “quale cibo è natura e quale è contro natura?”.

Paolo Salvatore Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 8 di agosto 2016)

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