Breve storia del linguaggio

Le informazioni sotto forma di avvisi, esibizioni, annunci e minacce vengono sprigionate e condivise da tutti gli esseri viventi. La comparsa degli esseri umani dotati della possibilità di articolare i suoni di una lingua rappresenta un’eccezione rispetto alle altre forme comunicative esistenti in natura o un semplice scatto delle potenzialità comunicative? Quale direzione ha preso il linguaggio umano in questa fase della storia?  A queste domande e ad altre simili tentano di rispondere numerosi studi e pubblicazioni in campo linguistico tra i quali spicca il saggio dell’americano Steven Roger Fischer, “Breve storia del linguaggio” pubblicato da UTET Libreria nel 2003, che si caratterizza come introduttivo all’argomento, sintetico, scorrevole e chiaro. Fischer dirige l’Istituto di lingua e letteratura polinesiane di Auckland (Nuova Zelanda) ed oltre ad avere all’attivo numerose pubblicazioni e libri, tra cui “Storia della scrittura” e “Storia della lettura”, ha fornito una possibile chiave di decifrazione del disco di Phaistos (ritrovato a Creta) e di alcune incisioni nella lingua rongorongo dell’Isola di Pasqua. Secondo l’autore i segnali sonori costituiscono un mezzo di comunicazione presente tra gli esseri viventi di ogni livello evolutivo ed epoca che non sarebbe stato preceduto da altre forme come quelle olfattive o visive ma semmai deve aver convissuto con queste fin dalle origini della vita. In questo senso egli afferma che l’utilizzo dei suoni articolati “non è cominciato” ma piuttosto “si è evoluto nel corso di centinaia di milioni di anni”. A sostegno della propria tesi Fischer riporta alcuni esempi di modalità comunicative presenti tra gli insetti, gli uccelli, i mammiferi marini e i primati. Nel caso delle formiche che vivono in comunità complesse si utilizzano di sicuro la chimica dei feromoni ed alcuni gesti del corpo per trasmettere forse una cinquantina di messaggi in tutto. L’autore ritiene però che un’organizzazione complessa come quella del formicaio richieda un sistema di comunicazione più elaborato e le ricerche recenti sembrano confermare l’esistenza di un ulteriore livello comunicativo basato sulla stridulazione da sfregamento di parti corporee che aggiunge la produzione di suoni e ultrasuoni nella coordinazione tra le singole formiche. Per Fischer gli esseri umani hanno semplicemente sviluppato una forma più elaborata di comunicazione sonora rispetto a quella esistente ad ogni livello del regno animale, ottenendo in tal modo un immenso vantaggio ma anche la convinzione antropocentrica di detenere l’unica forma di linguaggio esistente in natura. Gli studi condotti sugli altri organismi viventi risentono spesso di quest’ultima convinzione di fondo, ovvero vi è la errata tendenza a ricercare negli animali una forma comunicativa molto simile al linguaggio umano. Per l’autore gli animali hanno come finalità comunicativa l’induzione all’obbedienza necessaria per il singolo, il gruppo e la specie e vengono perciò definiti “controllori-valutatori”, nell’uomo la comunicazione vocale raggiunge la massima efficienza come veicolo della trasmissione del pensiero.

Come si è sviluppato il linguaggio nell’uomo?

Lo sviluppo del linguaggio umano deve essere avvenuto gradualmente, passando dai primi versi (brontolii, urla e sospiri) dell’Australopithecus e dell’Homo habilis, in un periodo compreso tra i quattro e i due milioni di anni fa, alle successive brevi espressioni comparse nell’Homo erectus circa un milione di anni fa, giungendo infine alla composizione delle prime frasi complesse da parte dell’Homo sapiens circa trecentomila anni fa. Le prime lingue forse hanno fatto la loro comparsa tra gli uomini moderni circa centocinquantamila anni fa. Il linguaggio umano è caratterizzato dal collegamento ordinato tra le parti di una frase (sintassi) che risulta assente nei linguaggi degli animali selvatici. Secondo Fischer nei primi ominidi deve essersi verificata una riorganizzazione cerebrale, forse causata da una mutazione genetica casuale, la cui conseguenza è stata l’induzione dello sviluppo della sintassi umana come nucleo centrale del linguaggio orale. Il linguaggio parlato deve essere stato preceduto da quello gestuale ed ha potuto realizzarsi grazie allo sviluppo dei collegamenti e dei nuovi centri del sistema nervoso che hanno fatto la loro comparsa nell’Homo erectus circa un milione di anni fa. La manifestazione e lo sviluppo delle lingue secondo la definizione moderna potrebbe essere datata al periodo della “esplosione culturale” dell’Homo sapiens avvenuta tra i quarantamila e gli undicimila anni fa. I reperti archeologici come la pittura e gli strumenti di quel periodo sembrano indicare che nell’Homo sapiens sia emersa la capacità del ragionamento simbolico e queste abilità potrebbero essere state contemporaneamente sia la causa che l’effetto dell’ulteriore sviluppo cerebrale e del linguaggio, secondo uno schema ciclico auto sostenuto. Da questo punto si devono essere avviati i processi storici che ritmicamente nel tempo hanno dato vita e poi eliminato migliaia di lingue e culture. I cambiamenti avvenuti in migliaia di anni impediscono ai paleolinguisti di chiarire se sia esistita o meno una “lingua primordiale” ed arrestano le ricerche alla confusa complessità dei numerosi idiomi del passato. Ad esempio, lo studio sulle origini del sumero, la lingua parlata dai sumeri 6000 anni fa nella zona dell’odierno Iraq sudorientale, non ha permesso di ricostruire ad oggi i collegamenti con le altre lingue che devono averlo preceduto. In generale le indagini linguistiche non sono in grado di ricostruire le lingue più antiche ed estinte da secoli o millenni e devono fermare la ricerca scientifica ad appena qualche migliaio di anni fa. I ricercatori non possiedono dati certi sulla diversità e ricchezza linguistica esistente per le migliaia di anni compresi tra la fine dell’ultima glaciazione, avvenuta circa diecimila anni fa e fino ai seimila anni fa e quindi è possibile fare solo delle speculazioni. Secondo Fischer è probabile che in questo periodo l’umanità sia stata costituita da gruppi isolati ciascuno con delle lingue proprie e solo nel periodo successivo si sia verificato un aumento della popolazione tale da indurre a migrazioni e guerre causando la nascita e l’affermazione di nuovi linguaggi sulle popolazioni confinanti il cui effetto è stato forse la riduzione della precedente diversità linguistica. L’autore nel suo testo riporta una interessante rassegna delle famiglie linguistiche esistenti oggi e nel passato e si spinge anche alle possibili evoluzioni future. Considera la situazione attuale come molto simile a quella verificatasi diecimila anni fa e a sostegno della propria tesi riporta il dato presente della rapida estinzione delle lingue in atto nel nostro mondo globalizzato a dispetto dell’aumento numerico della popolazione mondiale. Egli ritiene che le lingue nazionali di oggi stiano rapidamente eliminando centinaia di idiomi usati nelle province del mondo e le previsioni future sembrano indicare una nuova progressiva riduzione delle diversità linguistiche.

Quale sarà la lingua del futuro?

La lingua si trasforma senza sosta per la tendenza umana all’innovazione. Fischer ricorda come tra le possibili cause alla base dei cambiamenti linguistici si possano includere motivi di identità culturale, fusioni o sostituzioni di idiomi diversi ma frammisti (vedi il caso delle lingue pidgin e creole) o l’invenzione ex novo di lingue da contrapporre a quelle naturali (come l’esperanto, l’idiom neutral e il latino sine flexione). Secondo il linguista la vera novità storica però sarebbe rappresentata dalla comparsa non prevista delle lingue a diffusione mondiale. In particolare, si assiste oggi alla competizione tra un numero ridotto di lingue in forte espansione, come la lingua inglese, il cinese e lo spagnolo. Sono in atto dei tentativi di contrasto a livello locale ma la storia ci insegna che ogni tentativo di difesa e isolamento linguistico sembra destinato ad essere travolto e l’autore ricorda come nessuna lingua sia in definitiva assolutamente “pura”. Così ad esempio la lingua inglese risulta costituita da un coacervo di parole derivanti per circa il 30 % dal mondo germanico, per il 45% dal francese e nel 16,7% dei casi dal latino e la contaminazione continua ad avvenire nelle due direzioni. Attualmente nel mondo vengono parlate circa 4000 lingue ma si ipotizza che tra cento anni di queste ne sopravvivranno meno di 1000 secondo varie stime. Le lingue minoritarie, cioè parlate da meno di 20.000 individui, sono destinate alla estinzione a meno di rimanere nell’isolamento assoluto e una volta cessato l’uso non è stato possibile resuscitarne nessuna (si calcola che l’85% delle lingue attuali conti meno di 100.000 parlanti ciascuna secondo i dati del linguista Mioni A. M. del 2005). Le cause dell’estinzione di lingue e dialetti minoritari a favore delle lingue mondiali sono diverse e per l’autore rientrano tra esse l’aumento senza precedenti dell’urbanizzazione, la migrazione di massa, le moderne tecnologie satellitari dei mass media e la rete di internet.  I sociolinguisti rincarano la dose aggiungendo gli effetti collegati alle trasformazioni linguistiche come la perdita di significato di valori e precedenti convenzioni, così ad esempio il termine inglese “partner” che in origine indicava un socio o compagno di squadra, estende oggi il proprio dominio semantico ai rapporti familiari e ingloba anche i significati di coniuge e fidanzato contribuendo ad una più ampia revisione in atto dei rapporti sociali. L’autore ci ricorda come la maggioranza dei linguisti siano concordi nel ritenere inevitabile l’estinzione di massa degli idiomi umani anche se il termine più appropriato da usare per questo processo sembra essere quello di “trasformazione” degli idiomi. Le previsioni riguardo ai prossimi due secoli sembrano indicare la netta affermazione di un’unica lingua mondiale, quella inglese, come prima lingua o seconda lingua a seconda delle diverse regioni della società globale ma profondamente trasformata rispetto ad oggi a causa degli inevitabili adattamenti richiesti per poter ricoprire questo ruolo ovunque.

Paolo Salvatore Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 4 di aprile 2018)

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