Ayurveda e nutrimento

Secondo l’Ayurveda il cibo costituisce uno dei pilastri della salute, insieme al sonno ed alla moderazione o astinenza sessuale. Le origini di questa antichissima scienza medica sono sconosciute e si ignorano il luogo ed il momento in cui ebbe inizio e si diffuse in India. I primi scritti sembrano risalire a oltre tremila anni fa ma sembra che questi siano stati preceduti da una lunga tradizione orale perpetuata in ambito medico. I testi più antichi ed autorevoli sull’argomento sono il “Caraka Samhita” per gli argomenti medici ed il “Susruta Samhita” per la chirurgia. L’obiettivo preminente dell’Ayurveda è quello di prevenire i disturbi e promuovere la salute ma è previsto l’uso di numerosi rimedi da riservare alle situazioni di malattia conclamata. Scegliere gli alimenti più adatti alla propria fisiologia secondo gli insegnamenti contenuti nell’Ayurveda è alquanto semplice : in natura si distinguono tre caratteristiche di base denominate Vata, Pitta e Kapha (in sanscrito definite Dosha) e queste sono presenti in misura diversa in ogni essere vivente, in ogni alimento, ambiente, clima, stagione, età, orario e in qualunque altro aspetto dello spazio-tempo in cui viviamo.

Pochi aggettivi facili da memorizzare identificano in essenza questi tre dosha. In particolare Vata è definito secco, sottile, freddo, chiaro, duro; Pitta è caldo, acuto, liquido e untuoso, acido e piccante; Kapha è pesante, freddo, viscoso, dolce e stabile. Così ad esempio un individuo con costituzione Vata sarà caratterizzato dalla magrezza (secco, sottile) ed il Kapha al contrario tenderà ad essere robusto (pesante). Lo stesso criterio si applica al cibo che viene classificato come Vata se presenta i caratteri di freddezza, secchezza e durezza (come ad esempio un cracker), mentre è classificato come Pitta se è prevalentemente caldo, untuoso, acido e piccante (come ad esempio la frittura ed il peperoncino). A questo punto si possiedono gli elementi indispensabili per comprendere su quale base effettuare la scelta idonea in campo alimentare. Per l’Ayurveda vale il principio della legge di similarità e differenza (samanya vishesha siddhanta), ovvero per mantenere l’equilibrio tra i dosha bisogna evitare che i “simili aumentino i simili” e quindi in generale un individuo Vata deve tendere a ridurre dalla propria dieta gli alimenti Vata, specialmente se anziano (quindi in età Vata) e se vive in ambiente ventoso, freddo e secco (ovvero in un clima Vata) altrimenti l’eccessiva sommatoria algebrica dei valori Vata in questo caso potrebbe indurre o aggravare la comparsa di uno o più degli 80 disturbi Vata riportati nel Caraka Samhita e rappresentati complessivamente dalle malattie oggi definite nervose e cardiovascolari.

Diversi testi in lingua italiana sintetizzano magistralmente questo argomento. Tra essi va ricordata l’antologia del Caraka Samhita prodotta dal dottor E. Iannaccone, “Ayurveda. La scienza della pienezza della vita” , edito da Tecniche nuove nel 2002 i cui argomenti sono dello stesso genere degli esempi sopra citati ed introducono il lettore al mondo dell’India classica e della medicina che la tradizione considera un dono divino.

Altro testo di riferimento sullo specifico argomento della alimentazione dal punto di vista dell’ayurveda è quello del naturopata e omeopata E. Schrott  “La cucina dell’Ayurveda” edito da Tecniche nuove nel 2000, in cui vengono descritte oltre 200 ricette.
Di notevole interesse pratico è l’ultimo capitolo di questo libro che riporta un test di autovalutazione costituito da una lunga lista di caratteristiche fisiche e comportamentali ed il cui punteggio finale permette di comprendere quale sia la propria costituzione psicofisica per poter individuare in tal modo quali siano gli alimenti e le spezie più o meno adatte in base ai criteri ayurvedici. Caratteristica della cucina del continente indiano e più in generale di quella asiatica è l’uso costante e sapiente delle spezie. L’Ayurveda considera le spezie come veri e propri rimedi farmaceutici e tra essi v’è ne sono alcune il cui valore è stato riconosciuto anche in ambito occidentale divenendo oggetto di numerosi studi dato il loro potenziale terapeutico. Tra queste lo zenzero e la curcuma rivestono un ruolo centrale: lo zenzero viene definito in sanscrito “rimedio universale” (vishabhesaj) perché può essere usato in ogni clima e per ogni costituzione come stimolante per la digestione ed il metabolismo. Nel testo del professore D. Galimberti e AAVV “La medicina dell’aging e dell’anti-aging” editore Edra – Masson,  le schede dedicate alle proprietà dello zenzero e della curcuma riassumono i risultati ottenuti da vari esperimenti su animali ed esseri umani. In sintesi qui vengono confermate le proprietà relative alla digestione riportate dai testi classici in sanscrito ed inoltre si evidenziano una significativa attività antiinfiammatoria ed antiossidante per entrambe le spezie a cui vanno aggiunte per la curcuma anche interessanti proprietà immunostimolanti, antidepressive e di contrasto nella patologia oncologica.

Gli studi reperibili sui motori di ricerca sono numerosissimi e possono essere facilmente trovati a centinaia in lingua inglese su siti come http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed  riportando la terminologia botanica come “zingiber officinalis” per lo zenzero e “curcuma longa” per la curcuma.   La medicina ayurvedica costituisce ancora oggi una potenziale risorsa preziosa se usata con intelligenza ed integrata con il sapere scientifico.

Paolo Salvatore Polizzi

(Articolo tratto dal mensile “Lo Scaffale” – N. 9 di settembre 2016)

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