120, rue de la Gare di Léo Malet

Primi anni Quaranta. C’è la guerra. Nestor Burma è appena tornato dal campo di prigionia e vede per caso Colomer, suo socio all’agenzia investigativa Fiat Lux prima che venisse chiusa, davanti alla stazione di Perrache. Proprio quando i due si riconoscono e stanno per incontrarsi dopo tanto tempo, Colomer cade a terra, freddato da un colpo di pistola. Prima di morire, però, riesce a sussurrare all’amico un indirizzo: 120, rue de la Gare. Lo stesso che Burma aveva sentito ripetere all’ospedale militare da un prigioniero colpito da amnesia. Sulla scena del delitto c’è una ragazza armata. È lei l’assassina? Partendo dal rebus del misterioso indirizzo, iniziano le indagini. Ad aiutare l’investigatore ci saranno il poliziotto Florimond Faroux e la bella Hélène Chatelain, ex segretaria della Fiat Lux che, sospettata di nascondere qualcosa, verrà addirittura pedinata dalla polizia…
Torna in libreria uno dei capolavori di Léo Malet: la prima inchiesta dell’affascinante Nestor Burma. Un romanzo che non può mancare nelle librerie di chi colleziona la serie, ma anche un’ottima occasione per fare la conoscenza del detective anarchico e delle sue avventure.

Raccontare di questo romanzo non è cosa semplice. A una prima occhiata potrebbe sembrare un vecchio giallo, un po’ blasée, una foto color seppia dai bordi sbiaditi, ma, vi assicuro, c’è davvero molto di più…

C’è il protagonista, l’investigatore privato Nestor Burma, non bello, non ricco, disincantato e anarchico, amante delle donne e assolutamente ricambiato, capace di durezza con i duri e gentilezza commovente con le anime ferite.

C’è Parigi, con le sue strade minori, i vicoli scuri, i caffè e la varia umanità che in quel mondo vive e muore.

C’è, in questo primo romanzo, la Storia, quella grande, quella che travolge i destini degli innocenti e dei colpevoli.

C’è il fascino del suo autore, Léo Malet, una biografia da romanzo, che da ragazzo vive in una Parigi surrealista e sanguigna, amico di Breton, Dalì, Prévert, proprietario del Cabaret du Poète Pendu, prigioniero di un campo nazista, che si reinventa scrittore con una lunghissima e brillante carriera.

Ma torniamo al romanzo: Burma, dopo un periodo di prigionia in un campo di lavoro nazista, rientra in Francia e alla stazione di Perrache riconosce un suo vecchio collaboratore che viene ucciso davanti ai suoi occhi, ma prima gli sussurra un indirizzo: 120, rue de la Gare, lo stesso indirizzo che un prigioniero gli aveva raccomandato prima di morire.

All’omicidio assiste, o forse lo commette, un donna misteriosa:

Alta e slanciata, a testa nuda, avvolta in un trench écru, nelle tasche del quale affondava le mani, sembrava stranamente sola in mezzo a quella folla, forse persa in una fantasticheria interiore. Era in piedi, all’angolo del chiosco di giornali, sotto il lampione a gas.

Il viso pallido e sognante, di un ovale regolare, era sconcertante. Gli occhi chiari, come lavati dalle lacrime, riflettevano un’indicibile nostalgia. Il vento pungente di dicembre giocava tra i suoi capelli. Poteva avere vent’anni e rappresentava perfettamente il prototipo delle donne misteriose che si incontrano solo nelle stazioni, fantasmi notturni visibili unicamente allo spirito affaticato del viaggiatore e che scompaiono con la notte che li ha partoriti.

L’indagine comincia a Lione e poi si sposta a Parigi, dove finalmente Nestor riesce a tornare per riannodare i fili e, come nella migliore tradizione, il mistero viene svelato raccogliendo tutti i comprimari nello stesso luogo, l’appartamento dello stesso Burma:

C’era una volta-, iniziai, – un ben noto gangster…-

È l’inizio del gioco, altre avventure ci vengono raccontate  e tutte hanno il sapore di un vecchio film in bianco e nero, quasi fossimo a Casablanca, con Sam al pianoforte.

Un’ottima lettura, un classico intramontabile, denso d’atmosfere ormai perdute.

Aoidos.

(Articolo tratto da “Feel The Book”)

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